Cambodia

Entriamo in Cambogia alle prime luci del mattino dopo esserci rilassati 3 giorni alle meravigliose e senza tempo 4000 islands.
Una barchetta ubriaca ci riporta sulla terra ferma e capiamo subito che il tragitto non sarà tra i migliori non appena ci ricordiamo la bellezza delle strade. Diverse procedure per passare il confine con ulteriore sborso di dollari ingiustificati (mezzo centesimo di secondo per misurarci la temperatura corporea in Laos e trenta metri + tardi un’altro controllo appena entrati in Cambogia) hanno ulteriormente contribuito a farci salutare all’italiana il passaggio tra i due paesi.
Dopo un’ora di attesa si riparte ed ecco spuntare le prime sorprese: un paesaggio sconfinato fatto di enormi campi incolti semi bruciati dal sole e contornati da palme scorrono ai lati dei finestrini del nostro pullman che nel frattempo si è trasformato in un fuoristrada per poter percorrere un’unica striscia di sola terra rossa. Molti villaggetti con case di paglia si alternano ad altre fatiscenti costruzioni isolate dove la gente sembra vivere la giornata senza alcuna pretesa. Tra diversi sali e scendi nelle buche di queste strade incrociamo anche quello che ho definito come il “pollastratore”: un omino su una motoretta che trasporta un numero infinito di polli e papere appesi a testa in giù, un po’ sul manubrio (circa una decina per lato) e altrettanti stivati dietro di lui con qualche metodo empirico (penso un’altra sessantina). Proseguendo in Cambogia abbiamo poi scoperto che è una cosa normale vedere questi esemplari e non è raro trovare anche trasportatori di maiali (sempre su moto e sempre stracarichi, si parla di 4-6 maiali per moto) o qualsiasi altro bene di consumo, dai fiori alla carta igienica.
Il simpatico autista ci smolla alla prima città come da nostra richiesta. Appena scendiamo dal bus ci rendiamo conto che qualcosa non va. Guardandoci intorno notiamo che siamo in mezzo a una strada senza niente intorno….Bello sto posto pensiamo :)
Il driver ci spiega che la città distava un’ulteriore 10 km e che non ci avrebbe portato perchè era fuori rispetto al percorso che stava facendo (regole cambogiane). Prima di farci alterare ci spiega che poteva portarci alla prima vera città (Siem Reap che distava altre 12 ore da quel punto) con un ulteriore sborso di denaro. La cifra da lui sparata era nettamente troppo alta rispetto alle tariffe da noi conosciute e se da una parte lui non accennava a contrattare, noi ci siamo mostrati ancora + forti facendogli capire che gli ACROSS con lo zaino in spalla stanno girando il mondo e che non ci toccava minimamente il dover fare 10 km a piedi a 40 gradi sotto il sole….una soluzione l’abbiamo sempre trovata! Stavamo per incamminarci quando l’autista ci rincorre e finalmente ci propone l’esatta cifra! Yoooooo, si risale. Aria condizionata, film che si creano nella nostra mente e immagini che scorrono dal finestrino. In dodici ore tra vari smottamenti eccoci arrivare a Siem Reap.
Sul pullman incontriamo anche lo zio Francesco (sembra che in veneto si chiamino tutti così), un ragazzo padovano alla ricerca della sua vera identità. Impossibile non affezionarsi alla sua calma e lui avrà fatto altrettanto notando la nostra determinazione. Un giorno per visitare la cittadina prima di immergerci nell’atmosfera del maestoso Angkor Wat costruito dai Khmer, considerato una tra le meraviglie del mondo. Ci alziamo di buona lena prima dell’alba e ci facciamo scarrozzare dal giovane John e il suo tuk tuk tra i vari templi della zona. Fin dalle prime luci si avvertiva una positiva forma di energia che percorreva nell’immenso reticolato racchiudente decine e decine di monumenti.
Tra diversi scatti, un po’ di nascondino, qualche lussazione e risate a non finire la giornata ha decisamente colmato le nostre aspettative.

Dopo qualche giorno abbiamo proseguito verso la capitale Pnom Penh per poter avere il visto in previsione della nostra meta successiva, il Vietnam. Qualche giro in bicicletta tra le vie del centro ci ha fatto capire che anche senza regole stradali si può tranquillamente convivere. Se devi girare giri, non devi preoccuparti di tagliare la strada, tanto lo fanno tutti! L’importante è andare in giro in pigiama…abbigliamento tipico e stile di vita cambogiano (abbiamo poi scoperto che anche il Vietnam condivide questi costumi).
Non abbiamo mancato di visitare i Killing Fields e un campo di concentramento della famosa guerra. Le immagini che potete vedere sulla nostra pagina di Facebook può darvi un’idea di quello che può essere visto con un massacro al pari di quello avvenuto nella seconda guerra, la cosa che fa rabbrividire è che è successo dopo di essa e a distanza di circa 20 anni.

Un’ ultima tappa ci ha portati a Sihanoukville per crogiolarci un pochino sulle spiaggie a sud e divertirci con altri compagni di viaggio. Per una manciata di dollari non ci siamo fatti mancare dei crostacei e calamari appena pescati e cucinati davanti ai nostri occhi con un fornellino improvvisato (cosa non si inventano)…questo a mezzogiorno, mentre alla sera il barracuda era uno dei nostri piatti preferiti annaffiato da un’ottima birra locale e accomodati su poltroncine a pochi centimetri dal bagnasciuga.

La zona è da considerarsi turistica e frequentata soprattutto da nord europei. Non ci siamo fatti comunque scappare una gita in barca all’insegna della vita spensierata in compagnia di amici inglesi e una visita in una cittadina locale alla ricerca di quella che io definisco “la vera Cambogia”. E’ stato magnifico immergersi nella loro cultura e vedere esattamente come vivono queste popolazioni non ancora contaminate dal turismo. Si adattano come possono e non sembrano avere alcun bisogno! Soprattutto non conoscono la parola dollaro, simbolo che il turista ancora non si è spinto da quelle parti e che gli Across hanno invece scoperto e visitato con rispetto.
Ho anche colto l’occasione di visitare una scuola cambogiana dove ho capito da dove deriva l’arroganza dei locali (già dai bambini di 6 anni) nei confronti dei turisti. Gli insegnano l’inglese per poter così fregare il turista. Non a caso quelle poche parole che sanno girano tutte intorno al commercio. Non smetterò mai di dire che nel sud est asiatico non sono poveri e che non hanno bisogno di soldi. Quelli realmente poveri vivono la loro vita come andrebbe vissuta e senza alcuna lamentela; l’amore scorre nei loro cuori e il momento viene vissuto in comunione nella comunità.
I cambogiani che vivono nelle città e che fiutano l’odore del dollaro (hanno sempre in bocca questa parola soprattutto tra i bambini: “If you watch you pay; one photo one dollar”) diventano invece cattivi e approfittatori. La differenza di personalità in base alla provonienza è nettamente percepibile, ma ormai ci siamo abituati!

Eddy

Risposte

  1. leggervi è quasi come esserci!


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