Basta Thailandia, ne abbiamo fatte di tutti i colori. Ora vogliamo scendere lungo il Mekong river per immergerci nell’atmosfera del triangolo d’oro. Diverse ore per portarci dall’estremo nord thailandese attraverso l’interno e poi riattraversare il territorio lateralmente fino a un’altra zona di confine da dove inizia la crociera di due giorni. Il primo impatto con il Laos non è stato dei migliori. Il visto è stato veramente caro e i prezzi + alti di almeno il doppio rispetto al precedente paese. Inizia la ricerca per spuntare il prezzo migliore per la crociera , trovato come sempre sul luogo di partenza e dopo esserci assicurati che l’altezza minima del fiume (ormai in secca) ci avrebbe permesso di arrivare a destinazione senza problemi. Sapevamo infatti che qualche settimana prima una barca si era rovesciata dopo aver toccato il fondo, e molti altri laotiani non erano sicuri che la crociera si potesse fare.

da notare la disposizione: io vicino alla porta rossa, Ste sdraiato su un ripiano disposto sul motore. E se ingrandite, vedrete la scritta sulla porta rossa! Aaaacross!
Ammassati come clandestini che cercano di raggiungere le coste italiane, iniziava la nostra crociera!
Che paesaggi…il Mekong ha veramente un fascino incredibile. Diversi personaggi locali si dispongono in zone diverse lungo le sponde del fiume alla ricerca dell’oro. Ci eravamo subito accorti di questo fatto, vedendo la spiaggia semi luccicante.
Enormi isolotti si alternano a sponde ricche di vegetazione incontaminata. Le nostre menti iniziano a vagare in pensieri d’oltre oceano facendoci scorrere davanti il tragitto della nostra vita. Dopo 8 ore di meraviglia e stupore la barca si ferma! Ci dicono di scendere. Non si può continuare causa fiume troppo basso. Dovevamo proseguire a piedi per circa 2 km e avremmo continuato la “crociera” il giorno dopo. Alcuni si fanno trasportare da un camion per la sabbia, noi per principio (volevano essere pagati profumatamente) proseguiamo a piedi. Abbiamo fatto senz’ombra di dubbio la scelta migliore. Siamo passati attraverso un tipico villaggio dove i laotiani vivono nelle capanne con poco niente. Un’immersione completa nel vero ambiente locale (vedi video). Bambini seminudi ci correvano incontro felici e ammiravano con stupore i nostri apparecchi fotografici. Dopo due km di straziante camminata a temperature caldo umide elevate, in mezzo alla foresta + selvaggia interrotta solo da una strada rossastra, eccoci arrivare in una spiaggia a lato del mekong. La nostra barca si era già ancorata lì, pronta ad ospitarci per la notte. Nella collina di fronte un’altro villaggio di capanne, il sole che aranciava l’atmosfera e un megaparty a suon di reggae dava inizio a una serata trasgressiva. Abbiamo fatto diverse conoscenze con gli altri naufraghi bianchi (così ci si definisce tra noi viaggiatori non asiatici) e tra un panino e l’altro (i panini in laos? E anche le crèpe? Booo) abbiamo concluso la serata divertendoci con altri laotiani grazie al forte whisky di riso da loro offerto. La notte è stata dura ma grazie al whisky è passata velocemente e ci ha permesso di sopravvivere anche alla giornata successiva lungo il Mekong. Per fortuna abbiamo disposto i nostri cuscinetti nella zona motore, che ci ha permesso di non soffrire il freddo in quella giornata stranamente autunnale!
Sfasciati, straziati e affamati arriviamo per sera a Luang Prabang. Ancora non capiamo dov’eravamo. Ci aggiudichiamo la stanza + economica della città che risulta comunque cara, e ci facciamo un giro in centro. Mmmmm, questo posto ci ricorda molto la Francia…e poi le baguette e le crèpe? Ma dove siamo finiti? Capiamo che è stata colonia francese e che il Laos ha mantenuto molte tradizioni europee, sicuramente per attirare il turista e per tenere i prezzi + alti! Non ci pensiamo due volte e ci leviamo lo sfizio di una piadina con Nutella e diversi panini stile europeo.
Nient’altro da fare in città e assieme ad altri backpacker ci diamo appuntamento a VangVieng, che sembra essere un resort di super svago creato apposta per i viaggiatori con zaino in spalla! Una giornata intera sul bus locale (che ve li raccomando), dove abbiamo percorso diverse salite in prima marcia e attraversato alcune montagne incontaminate… stupende!
L’arrivo a VangVieng è stato un bel toccasana. Sistemazione in una camera molto economica e a letto distrutti. Il giorno dopo decidiamo di fare tubing, attrazione principale del posto. Consiste nel noleggiare una camera d’aria di un camion e lasciarsi trascinare dalla corrente lungo il fiume al lato di grosse montagne! Paesaggio mozzafiato, ma nessuno ci aveva avvertito che a fare da sfondo al tutto c’era alcool a go go gratuito già fin dall’arrivo sul luogo. Tempo di inquadrare e conoscere la situazione e i personaggi principali e via che ci immergiamo nell’ambiente. Tra un bar e l’altro, una conoscenza e l’altra, il tempo e le preoccupazioni sono affogate in diversi bicchieri. Dal pomeriggio alla notte fonda, tra il fiume e le discoteche con divertimento a costo zero, abbiamo passato quasi 4 giorni divertentissimi.
Ormai senza forze decidiamo di proseguire per la capitale Vientiane (+ a sud), dove coglievamo l’occasione anche per ottenere il visto per il Vietnam (in ambasciata). La città ci è apparsa fin da subito senza alcun centro e senza nessuna attrattiva se non qualche altro Wat (bastaaaaa, ma l’abbiamo visitato…che bravi).
Il visto per il Vietnam richiedeva due giorni lavorativi per averlo ed eravamo a sabato….Quattro giorni in quel posto equivaleva al suicidio e così abbiamo deciso di prendere il bus locale notturno che ci ha lentamente portato dalla capitale del verso una meta poco definita chiamata 4000 islands a sud dello stato.
Analizzando la situazione mi sembrava di essere a bordo di quella corriera che porta a Menaggio, descritta dal famoso cantante laghèe. Ci siamo fermati ogni qual volta trovavamo qualcuno per la strada che autostoppava. Qualcuno saliva cercando di venderci qualcosa, mentre l’autista e il suo braccio destro continuavano a suonare il clacson o a urlare la destinazione finale dal finestrino. In mezzo a tutto questo via vai si è aggiunta anche la compagnia del karaoke, dove si esibiva colui che ho subito definito come l’Albano laotiano
La strada principale percorsa per circa 7-800 km era messa davvero male e siamo passati da tratti asfaltati ad altri di terra battuta. Tutti questi rumori non ci hanno fatto riposare. Eravamo stanchissimi dal lungo camminare giornaliero e molto accaldati. Ste si è creato una specie di letto sulla parte frontale del pullman a due piani, mentre io cercavo di mettermi comodo sui nostri due sedili. Tappi nelle orecchie per abbattere il rumore ci risvegliamo al mattino presto a Pakse, città intermedia. Altre due ore stivati su un pick-up taxi strapieno di locali dai costumi più svariati ci riportano di fronte al nostro amato Mekong. Siamo all’estremo sud del Laos, poco distanti dal confine con la nostra prossima tappa, la Cambogia. Non capiamo bene come funzionano queste 4000 isole. A quanto pare c’è un’isola grande (big island) che nonostante la grandezza è frequentata da pochissimi turisti, mentre ci sono altre due isole (small island con altri nomi propri che ora nn ricordo) che invece sono super movimentate. Bene, scegliamo d andare in quella più caotica, ma il prezzo totale per la barca era esagerato ed era da dividere solo tra noi due; nessun’altro backpacker era in zona per dividere la spesa. Optiamo quindi per la big island che era subito di fronte a noi, promettendoci di proseguire il giorno dopo per le altre isole per dividere la spesa con altra gente. Arriviamo sull’isola dopo 10 minuti di traversata su una barchetta instabile e ci rendiamo subito conto che non c’è assolutamente nessuno se non qualche proprietario di guesthouse….
Ci facciamo una grossa risata mentre ce ne rendiamo conto. Per fortuna nel frattempo altri backpacker ci raggiungono e anche loro decidono che la soluzione migliore è andare in una delle small island. Dopo un’ora di trattative con un laotiano degno di essere lasciato perdere, saliamo su un’altra barchetta in compagnia di altre 5 persone dove in altre due ore lungo il mekong raggiungiamo finalmente l’altra isola un po’ + frequentata (Don Det). Una stanza di una casetta con palafitte è perfetta per riposarci un paio di giorni in previsione di affrontare la Cambogia. Ancora non sappiamo cosa ci aspetta, ma dai primi giri capiamo che è tutt’altro rispetto a quello che ci avevano raccontato! Inizio a entrare nell’ottica che, grazie alle pochissime distrazioni, è il luogo adatto per pensare e godersi il momento a contatto con la natura!
Dal Laos è tutto, ci risentiamo in Cambogia.
Across the mind, across the borders, across the limits, across the UNIVERSE
Eddy








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Da: chiara su maggio 17, 2010
alle 10:40 AM